Sifu Wu Dong (M° di Giampaolo Salvatore) esegue la forma 56 da competizione dello stile Chen
Il t’ai-chi ch’uan si basa sulla ripetizione di sequenze codificate di tecniche di autodifesa (forme), su una serie di esercizi che si svolgono in coppia (Tui Shou), e sul combattimento libero. Esso non può essere disgiunto dalla filosofia taoista, che ne è alla base, e che vede nell’integrazione dialettica degli opposti il suo fondamentale principio: così in questa arte del corpo il forte, duro e veloce scaturiscono naturalmente e dinamicamente dal dolce, morbido e lento, e viceversa. Il t’ai-chi ch’uan si basa su un utilizzo funzionale della forza che nasce dalle articolazioni, opportunamente coordinate nella dinamica delle catene cinetiche muscolari: questo permette di sviluppare forza a partire dalla stabilità e dalla semplice gravità, cui non ci si oppone, ma – in un certo qual modo - ci si abbandona. Attraverso la pratica continua di questa arte un maestro giunge a sviluppare un’energia interna detta “bozzolo di seta” (chan su chin), una intensa forza esplosiva. Tale forza si genera e si alimenta rispettando i ritmi fisiologici dell’organismo, non danneggiando (come molte arti marziali “esterne”, che privilegiano l’utilizzo della forza muscolare), ma bensì rinvigorendo la muscolatura, il tessuto connettivo e gli organi interni. L’oscillazione del ritmo della pratica da lento e fluido a duro ed esplosivo, associata alla costante attenzione alla respirazione (ch’i kung), rendono il il t’ai-chi ch’uan un mezzo concreto per aumentare la capacità di auto-percezione degli stati corporei.
Pratiche come quelle del ch’i-kung e del Il t’ai-chi ch’uan si prestano ad essere, se opportunamente apprese, una sorta di amplificatore cenestesico o, in altre parole, un’esperienza che nel tempo accresce la capacità di discriminare tra i diversi stati corporei e tra le diverse tonalità di un medesimo stato. Praticare ch’i-kung e t’ai-chi ch’uan sotto un insegnamento consapevole può farci conoscere meglio naturalmente i segnali che istante per istante il nostro corpo ci invia in risposta alle diverse situazioni. Questo significa conoscere meglio e regolare più funzionalmente i nostri stati emotivi, e quindi, muoverci meglio nel mondo.
Nelle fasi più avanzate dell’apprendimento la pratica è tesa espressamente a ricreare stati del corpo basati sulla ricerca di equilibrio della postura e rilassamento; e ad associare la percezione cosciente di tali stati corporei alle tensioni interne. In altre parole la pratica a questo livello vuole sviluppare una coesione mentale, che deriva dalla capacità di regolare i pensieri spesso fuorvianti e spaventosi, regolando il corpo. Il praticante impara a riconoscere che uno stato mentale ansioso, preoccupato, si associa costantemente ad uno stato del corpo specifico, spesso in modo impercettibile; mentre uno stato mentale efficace, pronto, recettivo e concentrato si associa ad uno stato del corpo rilassato e fluido. Diventerà automatico conservare nel corpo la memoria dello stato rilassato e riprodurne le condizioni quando è necessario. Anche nella vita quotidiana. Studi recenti attestano che se il corpo si orienta verso stati positivi, anche i temi di pensiero si fanno più gradevoli, e le valutazioni del significato degli eventi divengono più realistiche e regolate.
In virtù di questi elementi fondamentali, anche nell’ambito della cura delle manifestazioni psicopatologiche che si verificano nei soggetti affetti da cancro, alcune forme di pratica marziale si avviano a divenire vere e proprie forme strutturate di cura complementare (vedi “Psiconcologia”: primo Trattato Italiano di Psiconcologia, Masson, 2001).
In sintesi, quanto detto negli ultimi paragrafi ci porta a sostenere che: la pratica di alcuni metodi del taoismo alchemico come il Ch’i-kung ed il T’ai-chi ch’uan facilita la regolazione emotiva per i seguenti motivi: a) aumenta la capacità di percepire lo stato del proprio corpo momento per momento; b) aumenta la capacità di ricreare attivamente uno stato del corpo rilassato ed equilibrato; c) questo influenza i processi di pensiero, favorendo una visione “panoramica”, intuitivamente critica di essi e dei meccanismi che ne regolano la continua successione; d) questo crea le condizioni per uno stato di tranquillità osservante e obiettiva degli eventi, in cui una forte valenza regolativa è costituita dalla consapevolezza intuitiva del carattere transitorio della sofferenza psicologica.
Le potenzialità di operazioni così sofisticate di auto-conoscenza psico-corporea sono enormi.
Fonte: Il Tao della Psicoterapia - di Giampaolo Salvatore
G.M Yip Man e Bruce leeIl Wing Tsun Kuen è uno stile di Kung Fu che risale a circa 400 anni fa. La leggenda dice che fu fondato da una donna Ng Mui, che faceva parte dei cinque monaci scampati al rogo
del monastero di Shaolin, operato dai Manchu. Questa lo passò ad un'altra donna, Yim Wing Chun, che lo insegnò a suo marito. Lo stile rimase pressoché segreto finchè il Granmaestro Yip Man non
cominciò ad insegnarlo pubblicamente (anche se sempre solo a cinesi); tra i suoi allievi ci fu anche un certo Li Jun Fan, che studiò con lui fino a quando partì per l'America dove si fece chiamare
Bruce Lee. Yip Man cominciò ad insegnare Wing Chun per hobby (era molto ricco) a Fatshan, in Cina. Ad un certo punto dovette (come molti altri maestri di arti marziali) scappare dal suo paese e
rifugiarsi ad Hong Kong dove, trovandosi in ristrettezze economiche, iniziò ad insegnare Wing Chun per vivere. Yip Man, durante la sua "carriera di insegnante", attraversò diversi periodi che
influenzarono il suo modo di trasmettere lo stile; ciò si nota facilmente esaminando le differenze che intercorrono tra i diversi stili di Wing Chun (una breve parentesi), Wing Chun Kuen è una
trascrizione utilizzata per la prima volta da Bruce Lee per indicare gli ideogrammi. Altre trascrizioni sono Ving Chun, Wing Tchun, Ving Tsun e Wing Tsun; quest'ultimo però indica solo il sistema
Leung Ting. Quando ormai Yip Man aveva chiuso la sua scuola, gli fu presentato un giovane, già esperto praticante di Wing Chun. Questo giovane si chiamava Leung Ting, e venne accettato da Yip Man
come studente "a porte chiuse" (cioè studente privato). Il Granmaestro gli raffinò tutte le tecniche dalle basi, insegnandogli un Wing Chun morbido, che non necessitasse di forza fisica per essere
messo in pratica, ma tremendamente efficace. Dopo la morte del Granmaestro, Leung Ting fondò la sua organizzazione di Kung Fu, e brevettò il suo sistema col nome Wing Tsun. Nel 1975 un esperto di
arti marziali tedesco, Keith K. Kernspecht, invitò Leung Ting in Germania, divenendo suo allievo. In seguito a quest'incontro, Kernspecht fondò la EWTO (European WT Organization), aprendo lo stile
all'occidente.
Caratteristiche dello stile
Le caratteristiche principali del WT sono la sua efficacia e la sua scientificità. Nulla è lasciato al caso, ed ogni movimento è mirato a fare il massimo danno col minimo sforzo. Questo significa che
non ci sono movimenti spettacolari o acrobatici (ad un occhio profano il WT in azione potrebbe apparire addirittura "brutto"). Bruce Lee diceva che il colpo deve essere come un cobra: va sentito
prima che visto; bisogna quindi prendere la strada più breve per colpire… e la strada più breve è quella centrale, in linea retta. Il WT insegna a scattare addosso all'avversario e ad "attaccarsi" ad
esso. Attaccarsi significa controllare le sue braccia e le sue gambe; in questo modo, grazie alla sensibilità (caratteristica unica del WT) si è in grado di seguire qualsiasi suo movimento, anche ad
occhi chiusi, reagendo di conseguenza. Le braccia, se soggette ad una spinta o ad una parata, vengono caricate come una molla, che scatta immediatamente verso l'avversario non appena questo
interrompe la pressione; ciò permette di immagazzinare la forza di un attacco. Negli altri stili di arti marziali, se il pugno viene parato il braccio viene immediatamente ritirato, per preparare un
nuovo attacco, o per una parata. Nel WT, invece, se il pugno viene parato (in realtà il problema non si porrebbe, in quanto non si tira mai un pugno singolo; i colpi sono sempre concatenati l'uno con
l'altro, in una sassaiola ininterrotta), il nostro braccio resta lì, si attacca a quello dell'avversario. Non appena egli toglie l'arto per attaccarci…si vede arrivare in faccia un colpo; è lo stesso
braccio di prima, che è rimasto lì carico e pronto a scattare. Questo, attenzione, non ha nulla a che vedere con i riflessi! Semplicemente, gli arti sono uno indipendente dall'altro, e scattano da
soli o contemporaneamente in base a quello che fa l'avversario (questo è quello che intendeva Bruce Lee, quando diceva "La tecnica del mio avversario è la mia tecnica"). Per questo il praticante deve
prendere a modello l'acqua, che pur essendo dotata di un potere distruttivo, rimane sempre fluida, modellandosi a seconda del recipiente nel quale la si racchiude. Il WT è finalizzato esclusivamente
al combattimento reale, senza regole; per la sua estrema efficacia e per il suo realismo, quindi, non si presta ad un utilizzo sportivo. Uno sport pone (giustamente) troppe limitazioni e non permette
una pratica che possa risultare subito efficace in una situazione a rischio; non dimentichiamo che le arti marziali non sono nate per vincere trofei o medaglie, bensì per sopravvivere. Allenarsi in
vista di una gara può sicuramente essere uno sprone per migliorare la propria forma fisica e mentale, ma significa anche assumere una forma mentis che prevede arbitri, protezioni, regole, tempo…tutte
cose che una volta non c'erano (e neanche oggi, in uno scontro reale). Ciò non vuol dire, comunque, che il WT sia uno stile che istighi alla violenza, tutt'altro. Semplicemente, prepara ad
affrontarla.
Link:
http://www.sifumichaelfries.com/
Cen Yuefang (1996) racconta che il ch'i-kung (spesso denominato anche qi gong) ha una storia plurimillenaria. Si tratta di un elemento imprescindibile della medicina e delle norme igieniche tradizionali cinesi. Nella tradizione cinese, l'uomo ha sempre cercato di contrastare gli effetti degli elementi e delle malattie, ed il ch'i-kung era uno dei mezzi fondamentali a questo scopo. Sembra anzi che l'espressione più antica del ch'i-kung sia di molto anteriore allo sviluppo del taoismo religioso o del buddismo (forse addirittura di 3000 anni); questo a testimoniare il carattere universale che nella tradizione orientale assume l'esigenza di fronteggiare la sofferenza attraverso la dimensione primaria della corporeità.
Molti erano i termini che nel tempo la misteriosa disciplina di cui parliamo ha assunto: daoyin (diffusione dell'energia vitale nel corpo umano), tuna (espirazione ed inspirazione), zuochan (sedersi in meditazione), xingqi (promuovere la circolazione del qi o chi). Solo negli anni cinquanta è stato istituito il termine chi-kung (Yuefang, ibid.); parallelamente, esso è stato via via sistematizzato e formalizzato in una serie di teorie e metodi. Il c'hi-kung indica quindi un ramo della dottrina che si occupa dello sviluppo e del movimento del c'hi. L'evoluzione della terminologia connessa al ch'i-kung rende la complessità dei significati che il termine c'hi assume. Esso si riferisce in primo luogo all'aria inspirata ed espirata; in secondo luogo esso indica una sorta di forza sottile che governa l'interrelazione armonica tra gli organi del nostro corpo; in terzo luogo esso indica una forma di energia sottile (metaforicamente assimilabile ad una corrente elettrica) che scorre nel nostro corpo, e che può essere amplificata, percepita, utilizzata per diversi scopi. Anche se il termine c'hi si prende forma in questa determinazione polisemica, esso si identifica pur sempre con la forza vitale del nostro corpo. Letteralmente, il termine ch'i-kung può esser tradotto come "Disciplina esperenziale di allenamento del proprio soffio vitale" (Moiraghi, 2002).
Nel taoismo alchemico interiore, coltivare ed accrescere questa forza vitale è il veicolo per lo sviluppo fisico, psicologico e spirituale. Così Yuefang descrive le basi teoriche del ch'i-kung:
"Le basi teoriche del qi gong in quanto mezzo terapeutico coincidono quasi perfettamente con quelle della medicina tradizionale cinese. Il concetto olistico secondo cui ‘l'uomo e la natura costituiscono un insieme organico' è il nucleo teorico sia della medicina tradizionale cinese sia del qi gong. [...] Il qi è il tramite che collega l'uomo a tutto ciò che esiste nell'universo. Uno degli scopi del qi gong è rafforzare tale legame per poter migliorare l'adattamento dell'uomo alla natura. Il corpo umano è in sé e per sé un insieme organico e tutte le sue componenti sono interconnesse. Questa è la ragione per cui il qi gong dà importanza alla regolazione delle funzioni complessive del corpo invece di limitare l'attenzione alla funzionalità dei singoli organi. [...]
La teoria dello yin-yang è una pietra angolare della medicina tradizionale cinese e degli antichi metodi per preservare la salute, compreso il qi gong. [...] Il corpo umano [...] si compone di parti yin e parti yang [...] Lo squilibrio tra yin e yang nel corpo dà origine alla malattia. Per ciò che riguarda i rapporti dell'uomo con la natura, lo yang qi esiste al di fuori del corpo, lo yin qi circola al suo interno. Gli esercizi di qi gong si propongono l'obiettivo di migliorare l'equilibrio degli elementi yin e yang non solo all'interno del corpo, ma anche tra il corpo e il mondo esterno.
Un obiettivo simile a quello che abbiamo noi in questo nostro libro: favorire l'equilibrio emozionale in noi e (non solo se psicoterapeuti) nell'incontro con l'altro sofferente.
Per comprendere più operativamente la pratica del ch'i-kung saremo costretti a spezzettarla in dimensioni diversificate, facendo finta di accettare la dicotomia mente-corpo che con tanta fatica abbiamo cercato di confutare. Gli esercizi di ch'i-kung sono moltissimi, ma si basano tutti su una costante coordinazione tra mente, corpo e respirazione. Queste tre sono le dimensioni che analizzeremo più da vicino.
Il corpo nel ch'i-kung
Non possiamo illudere il lettore sulla possibilità di apprendere le tecniche di ch'i-kungi da un testo, soprattutto se come il nostro esso è animato da intenti più generali e teorici. Gli autori stessi hanno praticato queste tecniche per molti anni sotto la guida di insegnanti esperti, ed è lo stesso che consigliano a chi decidesse di condividere con loro la motivazione di approfondire questa affascinante disciplina. Più che in qualsiasi altra pratica corporea, nel ch'i-kung non è l'esecuzione corretta di una serie di indicazioni verbali che conduce all'incremento progressivo del livello di destrezza. È più una sorta di apprendimento per via "emulativa" quello che consente un reale progresso: il praticante "guarda" il proprio insegnante mentre esegue una tecnica e "simula" dentro di lui, in modo solo parzialmente consapevole, come abbiamo visto, quella tecnica; lascia che l'immagine dell'altro impegnato nella tecnica abiti il proprio corpo. Poi, quando eseguirà egli stesso la stessa tecnica, troverà quell'immagine. Il suo corpo plasmerà col tempo, con le ripetute esecuzioni quell'immagine, fino a ottenere la "propria" tecnica. Questo non può ottenersi con un libro. Non ci dilungheremo quindi in complesse descrizioni tecniche, perché esse non renderebbero la "carnalità" dell'insegnamento. Esistono forme statiche e dinamiche di ch'i-kung. Analizzeremo solo alcune tecniche di ch'i-kung statico, poiché in esse, apparentemente le più semplici, si condensa l'essenza della pratica. Le altre ne sono una derivazione e complessificazione.
Nel ch'i-kung statico la focalizzazione sul corpo si determina in prima istanza attraverso la postura. Nella postura Ti bao shi (Abbracciare la propria sfera di vitalità) il praticante è in piedi; i piedi sono posti parallelamente e la distanza tra loro corrisponde alla larghezza delle spalle. Le gambe sono lievemente flesse, le spalle rilassate. La testa è come "sospesa al cielo", come se fosse appesa ed un gancio che proviene dal cielo; questo serve ad allineare e rilassare le vertebre cervicali. La lingua poggia contro il palato. Gli occhi sono aperti o socchiusi, e lo sguardo non mette a fuoco nulla, come se si svuotasse di intenzione. Le mani sono poste a livello della cintura, una di fronte all'altra, alla distanza di una ventina di centimetri, con il palmo rivolto verso l'interno. Le dita delle mani si fronteggiano senza toccarsi. Spalle e gomiti sono rilassati.
Nella postura chen bao shi (abbracciare la sfera a livello delle spalle) il praticante è in piedi, con un assetto uguale a quello della posizione precedente; questa volta le braccia sono estese di fronte a lui all'altezza delle spalle e piegate a livello dei gomiti, come per sorreggere una palla di ampiezza tale da permettere che le dita delle mani distino tra loro una ventina di centimetri circa.
In entrambe le posture da noi esaminate il praticante deve mantenere la posizione e concentrarsi sul fluire del suo respiro; così facendo egli deve cercare di sviluppare e via via amplificare la percezione di una sfera luminosa o vibrante tra le mani ed il suo corpo e all'interno dell'addome, una sensazione propriocettiva molto peculiare, simile forse ad una parestesia (vi è mai successo che vi si addormenti una mano o una gamba?) ma, al contrario di questa, singolarmente gradevole. L'attenzione alla respirazione è centrale quanto la postura, poiché essa crea una sorta di circolo virtuoso: in prima istanza l'attenzione al respiro favorisce l'induzione e l'amplificazione della rappresentazione propriocettiva. Quest'ultima a sua volta diviene uno stato del corpo che polarizza l'attenzione ed incrementa spontaneamente l'intenzione ad immergersi nella respirazione.
Perché queste singolari posture? Un vero taoista si limiterebbe a rispondere forse: "Perché no? Prova e poi saprai perché!" La nostra risposta non può quindi che essere riduttiva, ma va comunque soddisfatta la nostra curiosità. Queste posture prima di tutto determinano un particolare assetto dell'apparato muscolo-scheletrico. Se correttamente eseguite attraverso esse si realizza un fisiologico allineamento tra i diversi segmenti articolari, che ci dà la sensazione che il nostro scheletro si "arrotondi" e "si regga su se stesso". I muscoli tendono col tempo ad "appoggiarsi" naturalmente a questa impalcatura auto-reggente, ad adagiarsi su di essa mantenendo solo il tono necessario per rimanere in piedi. Sperimentiamo così la sensazione di un completo rilassamento nel contesto di un assetto posturale (stare in piedi) che di solito genera tensioni che raramente cogliamo in pieno. Questa peculiare condizione di rilassamento generale nello stare in piedi finisce col tempo per recarci la sensazione di "essere sospesi" tra cielo e terra, il senso di essere al centro dello spazio fisico che occupiamo, una profonda ed ineffabile percezione di armonia con l'ambiente. Come meglio evidenzieremo tra poco, in questa condizione la percezione del nostro corpo è amplificata. La postura diviene complessivamente un sensibilissimo rilevatore propriocettivo delle tensioni muscolo-scheletriche che si generano momento per momento, spesso in risposta alle immagini automatiche che la nostra mente continua a generare; e di cui di solito non siamo consapevoli. Mantenere la postura e l'attenzione al respiro mentre si avvertono queste tensioni consente di rilassare attivamente quelle tensioni. Impariamo a stare in piedi. Stando in piedi correttamente affiniamo la nostra percezione dei messaggi impliciti del nostro corpo. Attraverso questa percezione stiamo meglio in piedi.
Esamineremo tra poco le caratteristiche peculiari della respirazione nel ch'i-kung. Questo ci aiuterà a comprendere la valenza che essa assume nel determinare questo circolo virtuoso.
La respirazione nel ch'i-kung
Uno dei significati di ch'i-kung, come abbiamo visto suona più o meno come: "l'uso della respirazione allo scopo di sviluppare il ch'i", per uno scopo particolare, quale il combattimento o la salute. La respirazione va considerata come l'essenza del ch'i-kung. Molti sono i metodi di respirazione sviluppati nel ch'i-kung, ma il più importante è quello della respirazione pre-natale. Nella maggior parte dei casi la nostra respirazione è abbastanza superficiale, ed impegna solo le porzioni superiori dei nostri polmoni. Dall'esterno questo si rende evidente perché il nostro torace compie ampi movimenti; se siamo affannati le nostre spalle sembrano quasi sussultare ritmicamente. Esiste un'altra forma di respirazione, mediante la quale è possibile amplificare le escursioni diaframmatiche ed impegnare porzioni più ampie dei polmoni. Ad uno sguardo attento tale respirazione è riconoscibile perché il torace è quasi immobile mentre l'addome compie escursioni ritmiche: esso si espande durante l'inspirazione, e si contrae durante l'inspirazione. La respirazione pre-natale è una forma di respirazione addominale in cui le escursioni dell'addome si invertono: esso si contrae durante l'inspirazione, e si espande durante l'espirazione. La "contrazione" va intesa nel senso dell'irrigidimento della parete addominale: essa è più simile ad un "tirare in dentro la pancia", ad un "risucchiare con la pancia". Come riporta Jou Tsung Hwa:
"Secondo la teoria tradizionale taoista la respirazione pre-natale imita il modello generale di respirazione del feto nel grembo materno. Attraverso il cordone ombelicale, il feto riceve ossigeno ed elimina per la stessa via l'anidride carbonica e altri materiali di scarto. Per ricevere ossigeno il feto deve contrarre il basso addome, per eliminare l'anidride carbonica deve espanderlo. Quando il cordone ombelicale viene tagliato la respirazione prenatale cessa ed inizia quella post-natale attraverso la bocca ed il naso. [...] La pressione atmosferica e i gas presenti nella cavità e negli organi interni di un feto, rappresentano il C'hi pre-natale [...], il quale è yang, mentre l'aria che i polmoni portano nella cavità toracica quando il bambino nasce viene chiamata C'hi post-natale [...], il quale è yin. Il diaframma funge da linea divisoria tra i già menzionati tipi di C‘hi. [...]. Il metodo di respirazione pre-natale consiste nella combinazione e nella separazione dello yin e dello yang. Quando si inspira, il C'hi post-natale, che inizia a riempire i polmoni, giunge gradatamente al diaframma, nello stesso momento in cui il basso addome si contrae e il C'hi pre-natale sale verso l'alto. A questo punto i due C'hi sono fusi in un'unità, o T'ai-C'hi. Durante l'espirazione le due energie si separano; il C'hi post-natale esce dal corpo attraverso il naso, mentre quello pre-natale sprofonda nel Tan T'ien [...] causando l'espansione del basso addome. (Jou Tsung Hwa, 1980 pag. 72-73).
La peculiare dinamica che si realizza nel corso di questa respirazione contribuisce ad amplificare alcune sensazioni cenestesiche che abbiamo esaminato nella sezione riguardante la postura. Descrivevamo in quel caso la percezione sensazioni vibratorie tra le mani, tra queste ed il corpo ed all'interno dell'addome. Molto spesso queste sensazioni propriocettive si accompagnano ad un senso di calore, soprattutto nella zona del basso addome, caratteristicamente descritta come tan t'ien inferiore. Cerchiamo di spiegare meglio questo processo. Nella fase inspiratoria della respirazione pre-natale si realizza una sensazione di accumulo del respiro nel basso addome, quasi come se realmente una massa d'aria rimanesse compressa in questa sede. Non a caso il termine che identifica questa fase della respirazione nel c'hi kung è he, che letteralmente significa chiudere: in questa fase il corpo sviluppa la sensazione di accumulare energia, di non disperderla all'esterno. Nella fase espiratoria invece avviene l'inverso. Dalla zona del basso addome si avvia una sorta di movimento centrifugo opposto a quello centripeto dell'inspirazione. Il respiro accumulato viene da un lato emesso all'esterno attraverso le vie aeree, ma dall'altro si "diffonde in tutto il corpo". La sensazione in questo caso è quella di un'espansione, favorita anche dalla dilatazione del basso addome in espirazione. Questa fase viene anche denominata kai, che letteralmente significa aprire.
Nell'insegnamento tradizionale il fine della respirazione pre-natale viene descritto come "far scendere il c'hi nel tan t'ien. Si tratta ovviamente di una metafora in quanto non esistono organi nell'addome che siano deputati alla respirazione. Quello che si intende è che nella respirazione pre-natale i movimenti alternati di espansione e contrazione dell'addome potenziano le escursioni diaframmatiche, che diventano più ampie. Questo determinerà determina, oltre ad un aumento della capacità ventilatoria polmonare, una sensazione di pienezza nella parte inferiore dell'addome. Inoltre i potenti movimenti del diaframma nell'alternarsi di inspirazione-espirazione e di chiusura-apertura effetto a mantice nella cavità addominale. Questo effetto si traduce in una sorta di massaggio agli organi addominali e in un aumento della perfusione sanguigna di questi organi; tali effetti producono la sensazione di calore e di vibrazione prima descritta.
L'effetto sul piano mentale è - come già evidenziato - di percepirsi al "centro" del proprio corpo, di profonda immersione nelle sensazioni somatiche, rese ora più vivide e sottili.
La mente nel ch'i-kung
Ora, fermiamoci un attimo e facciamo caso a quello che è accaduto mentre leggevate la nostra descrizione della postura e della respirazione ch'i-kung. Le alternative non sono molte: forse vi ha incuriosito, forse affascinato e assorbito; qualcuno di voi ha addirittura "simulato" nella sua immaginazione il contenuto della descrizione, vedendo se stesso eseguire la postura e respirare lentamente (è ovvio che qualcun altro può essere rimasto dal tutto indifferente alla descrizione, decidendo di continuare la lettura solo per capire una buona volta dove vogliamo arrivare). Se siete stati assorbiti dalla lettura è probabile che non abbiate fatto molto caso agli stimoli sensoriali che si sono prodotti nel frattempo attorno a voi e dentro di voi: rumori di fondo, pensieri, intenzioni, immagini, ecc., hanno perso quella rilevanza nella vostra mente che di solito conferisce loro la capacità di determinare le vostre azioni (dopo opportune e continue operazioni di selezione). Mentre leggevate la vostra attenzione è stata così intensamente catturata da un oggetto da perdere il fuoco sulla molteplicità eterogenea di stimoli che di solito se la contendono momento per momento. E voi non avete "deciso" di farlo: siete stati catturati a basta!
Questo è quanto avviene negli esercizi di ch'i-kung. La progressiva centratura su un particolare stato corporeo tende a eliminare i rumori sensoriali e ideativi di fondo; e questo avviene spontaneamente, attraverso la progressiva focalizzazione sensoriale sul corpo. A sua volta, quest'ultima è ulteriormente amplificata dall'attenuazione delle interferenze esterne, in una sorta di circolo virtuoso che rende più profonda la concentrazione. Ciò che rende il ch'i-kung una tecnica tipicamente taoista è che con esso non si cerca di forzare l'attenzione su un oggetto, allo scopo di raggiungere livelli sempre più profondi di concentrazione e di pacificazione della mente. Per eseguirli ci viene chiesto semplicemente di assumere una postura specifica, di respirare spontaneamente (man mano che si procede la respirazione addominale pre-natale diviene altrettanto spontanea) e di osservare ciò che accade nella nostra percezione e nei nostri pensieri. Viene quindi favorita un'auto-osservazione degli eventi mentali che si dispiegano nel contesto di un peculiare stato corporeo. I metodi di allenamento del c'hi-kung, sebbene numerosissimi, condividono indicazioni molto semplici sul piano cognitivo-emotivo: al praticante è chiesto semplicemente di "entrare in uno stato di tranquillità". I taoisti hanno compreso che il corpo è mente, e che per di più esso è alla nostra portata. Su di esso agiscono quindi per determinare effetti sul piano psicologico. A questo sembra riferirsi Cen Yuefang (ibid.) quando denomina l'attività mentale che si dispiega nel corso del c'hi-kung "pensiero sensoriale".
Il ch'i-kung non agisce quindi sulla dimensione mentale attraverso facoltà cognitive (diversamente da molte pratiche meditative estrapolate dalla tradizione orientale ed integrate entro protocolli di trattamento psicoterapico occidentale) ma attraverso il corpo. Gli effetti sono due, e sono strettamente interconnessi: da un lato ci si immerge profondamente nel proprio stato corporeo, riuscendo ad osservarne i livelli più sottili e di solito nascosti; dall'altro si raggiunge uno stato di calma osservante, in cui le emozioni, i desideri, le apprensioni che di solito ci accompagnano, vengono percepite in una prospettiva decisamente diversa, in un certo senso "panoramica". Ad uno degli autori (il terapeuta del caso di Luca) è capitato, durante l'esecuzione prolungata di un esercizio di ch'i-kung, di accorgersi che sul suo volto si era disegnato un sereno sorriso mentre nella sua mente transitavano le immagini e i pensieri riguardanti un "serio" problema.
Meditazione c'hi-kung
Attraverso la continua integrazione tra respirazione profonda, postura e assetto mentale, il praticante porta la sua attenzione ai diversi tan-t'ien, cominciando dal basso ed impara ad osservare l'accumulo ed il flusso dell'energia interna. In termini più facilmente comprensibili per noi, ciò che accade è forse che egli si focalizza sempre più sulle sensazioni che provengono dall'interno e dalla superficie del corpo; così facendo giunge a percepire informazioni sempre più sottili: contrazioni muscolari che prima passavano sotto la soglia della percezione; sensazioni viscerali si calore prodotto dal ravvivarsi della circolazione sanguigna negli organi interni; la sensazione di "allineamento" del corpo rispetto al suolo, che produce la percezione di un perfetto equilibrio di forze tra sé e lo spazio. Ma soprattutto, a livelli più avanzati, il praticante percepisce una naturale coordinazione tra attenzione e respiro. La respirazione calma e coordinata può in qualche modo "essere portata" nella zona del corpo in cui l'attenzione decide di focalizzarsi. In altre parole focalizzare l'attenzione su una parte del corpo mentre la respirazione procede spontaneamente e senza forzature, determina un'amplificazione della percezione dello stato di quella parte del corpo.
Capita spesso, soprattutto nelle fasi iniziali della pratica, che pensieri estranei, sotto forma di immagini, frasi, ricordi di eventi, ecc., vengano a turbare questo delicato equilibrio somato-psichico. È in questo caso che la pratica del ch'i-kung rivela la sua continuità con il pensiero taoista: il praticante non deve mettere in atto uno sforzo intenzionale per eliminare i pensieri, forzando la sua attenzione a recuperare le sensazioni da cui è stato sviato. L'attitudine da mantenere è anche in questo caso quella della non-azione, stavolta nei confronti della propria attività mentale. Nel corso dell'intero esercizio di ch'i-kung bisogna cercare solo - senza forzare - di mantenere uno stato mentale di quiete interiore. Il taoismo esprime questo concetto con diversi termini, come shou qiao, ossia conservare il centro, oppure bao yuan shou yi, proteggere l'origine e mantenere l'unità. Col tempo questo atteggiamento finisce per tradursi anche nella vita. Il confine tra contesto meditativo e contesto relazionale mondano si assottiglia sino ad annullarsi. I problemi di ogni giorno vengono affrontati "mantenendo il centro" senza forzare. Vediamo quindi come l'attitudine esistenziale a non forzare sia nella visione integrata del taoismo che proponiamo profondamente radicata nell'esperienza meditativa somatica.
Tutte le pratiche ch'i-kung che abbiamo descritto brevemente sono quindi già meditazione. L'atto meditativo è al centro dell'esperienza somato-psichica del ch'i-kung. È forse possibile affermare che l'intento meditativo generale del ch'i-kung è la pacificazione della mente attraverso il corpo. Ma possiamo avvicinarci di più ai nostri intenti se descriviamo quell'intento come la regolazione delle emozioni attraverso la loro dimensione primaria, il corpo. Non ci riferiamo quindi qui alla valenza mistica che connota la meditazione, per quanto siamo ben lontani dal negarla. Pensiamo però che questo non debba sviarci dalla consapevolezza che la meditazione, quella taoista in questo caso, rappresenta un'esperienza quanto mai vicina all'immediatezza del codice attraverso cui la mente è spontaneamente capace di percepire il corpo che la genera. Tutti noi siamo naturalmente inclini a percepire il nostro corpo ricavandone informazione mentale.
Riportiamo ora un esempio di una pratica meditativa più avanzata. Si tratta di una meditazione che si focalizza sull'attenzione al tan t'ien superiore, situato idealmente in mezzo agli occhi. I principi pratici di questa forma di meditazione non sono diversi da quelli descritti nelle sezioni precedenti. Vi è però un'ulteriore specificazione. Il praticante può adottare qualsiasi postura: seduta, sdraiata, eretta; il livello è avanzato e la postura esteriore è meno rilevante di quella interiore: egli chiude gli occhi e porta la sua attenzione al tan t'ien superiore, mentre il respiro compie il suo flusso. Dopo un po' sarà il respiro stesso che "riempirà" il tan t'ien. Ne scaturirà quello che i taoisti chiamano il sorriso interiore. Si tratta di un sorriso sottile, lieve, appena percepibile sul volto, che deriva dalla vivificante sensazione di vuoto mentale, nonché dalle intense vibrazioni (spesso associato ad un tepore rilassante) percepite alla sommità del capo. I taoisti usano questo termine per descrivere lo stato di meditazione profonda che si raggiunge con questa pratica: fan guan nei zhao, "rivolgere la luca all'interno e illuminare" (Moiraghi, 2002).
Fonte: Il Tao della Psicoterapia - di Giampaolo Salvatore