Il percorso

Ho iniziato con il karate, ed ho raggiunto il livello di cintura nera II dan. Ho studiato questa disciplina con diversi maestri, sempre alla ricerca di un quid che non conoscevo, e che avrei scoperto solo conoscendo il Maestro D. Boffelli. Non ricordo esattamente quanti anni sono passati, ma ho praticato con lui in diversi seminari, e seguendo scrupolosamente nell'allenamento individuale le sue indicazioni, per diversi anni. Lui aveva fatto un percorso personale e rivoluzionario, che per quanto io sappia ancora continua con intatta creatività. Aveva inserito nei movimenti del karate - che è una disciplina tipicamente "esterna" e muscolare - alcuni elementi fondamentali della dinamica corporea interna del tai chi chuan. Il risultato era incredibile. Fluidità, esplosività, eleganza, leggerezza, forza, il tutto nel rispetto della fisiologia del corpo (quest'ultimo elemento era fondamentale per chi come me a vent'anni mostrava acciacchi articolari spiegabili sono con un allenamento sbagliato dovuto ad una didattica assurda).

Col tempo si fece strada in me l'esigenza di non aver nulla che fosse di seconda mano. Se Boffelli aveva studiato il tai chi chuan per migliorare il karate, l'unico modo per migliorare il mio karate era studiare il mio tai chi chuan. Questa decisione diede inizio ad una delle ricerche più importanti della mia esistenza sino ad ora. Quello del tai chi chuan è il mondo più buffo ed eterogeneo che io abbia mai conosciuto. Si trova di tutto. C'è il MAESTRO di mezza età con una pancetta che non è più possibile nascondere, e che sino ad un'ora prima ha picchiato moglie e figli, e poi viene in palestra ed assume un'aura ieratica, contornato da allieve adoranti con grossi problemi di dipendenza affettiva ed auto-sottovalutazione; ti parla della storia del tai chi dalle origini e di come con lui raggiungerai il nirvana; gli elementi che appartengono a questa categoria di solito intrecciano relazioni galanti con una o più allieve. Poi c'è quello che è convinto (o è esercitato a mostrarsi convinto) di essere l'unico italiano che gode della certificazione autenticata attestante la sua discendenza di scuola dalla famiglia che ha inventato il tai chi chuan; è stato effettivamente in Cina molte volte ed è in grado di fornire guadagni facili a cinesi astuti (manco tanto) che sono ben felici di concedergli il diritto di appartenere al suo lineage...e il gioco è fatto. Poi ci sono i peggiori in assoluto: quelli dotati di un innegabile intuito imprenditoriale, che ti vendono un prodotto ben confezionato, con tanto di libri, dvd didattici, cd di musica new age che servono per raggiungere il nirvana mentre ti alleni, divise per la pratica, seminari intensivi all'agriturismo del cugino, e quant'altro. Alla base di tutta questa roba un messaggio ineludibile: se mi seguirai alla lettera non solo si apriranno tutti i tuoi chakra, ma diventerai un combattente imbattibile. Sì, perché gente che non si è misurata nemmeno in un braccio di ferro al bar con gli amici, ti dice che è in grado, attraverso la pratica avanzata del tai chi chuan, di insegnarti uno stile di combattimento marziale efficace, che ti renderà intoccabile dai malintenzionati.

È facile comprendere come io possa aver fatto degli errori di valutazione. Che però infine sono serviti per portarmi a conoscere il mio primo maestro di tai chi chuan stile Chen e di Sanda (vedi apposite sezioni). Il suo nome era Wang Wei. Viveva a Roma. Con lui ho praticato intensivamente per quattro anni. Non sto a descivere le sue qualità. Non ho sufficiente spazio. Con lui mi recai due volte in Cina, presso l'Università di Pechino, per studiare la forma da competizione dello stile Chen con un suo allievo, che Wang Wei stesso affermava lo avesse superato: Wu Dong (vedi video).

“Il Gran Maestro Wu Dong (maestro di Giampaolo Salvatore) esegue la forma 56 da competizione dello stile Chen di Tai Chi Chuan. Giampaolo Salvatore ha appreso dal Gran Maestro questa forma, con la quale ha vinto il Campionato Mondiale CKA nel 2002 e diversi Campionati Italiani PWKA e FIWUK”

Wu Dong, citando testualmente le parole di Wang Wei, mi "distrusse psicologicamente e fisicamente"...aggiungerei: per poi ricostruirmi. Ricordo che durante gli allenamenti privati con lui il livello di fatica fisica e mentale era tale da darmi la sensazione di esser sul punto di perdere in sensi; ma poi raggiungevo una sorta di anestesia fisica. Era quello il punto a cui voleva condurmi. Il momento in cui toccavo il vero tai chi chuan. Wu Dong continua ad essere il mio maestro di tai chi chuan, anche se ormai ci vediamo solo una volta all'anno.

Non pratico il tai chi chuan con l'idea di coltivare la longevità e la salute, o che ci sarà un momento, magari intorno agli 80 anni (se si prendono alla lettera le bislacche affermazioni di alcuni santoni-maestri), in cui riceverò l'illuminazione e nello stesso tempo sarò imbattibile (a quell'età immagino che potrei essere imbattibile solo a briscola). Lo pratico perché costituisce uno strumento per mettere in condizione il corpo di muoversi in modo economico e rilassato, anche quando compie sforzi molto intensi; di assecondare la forza di gravità producendo un genere di forza che non risulta implosiva (come mi accadeva di sperimentare in altre discipline esterne) e quindi finisce per danneggiare il corpo di chi la produce, ma realmente esplosiva.

Dal tai chi ho appreso che si può praticare tai chi anche non praticando tai chi. Che si può cioè utilizzare il corpo in base ai principi del tai chi anche praticando qualsiasi altra disciplina marziale e non marziale (anche camminando o nuotando). Il mio percorso di apprendimento ha avuto come perno questo assunto. Sanda, Wing Tsun, Jiu Jitsu brasiliano (vedi sezioni dedicate), hanno per me in comune un aspetto che ho mutuato dal tai chi: è possibile accedere - con una pratica costante basata su particolari principi - ad un momento in cui il movimento cessa di essere semplice movimento e diventa emozione, auto-percezione sofisticata, auto-conoscenza. Tutto ciò senza disperdere la valenza marziale, la dimensione agonistica del confronto, che è parte integrante dell'apprendimento (nel Jiu Jitsu questo aspetto è particolarmente evidente, perché non c'è allenamento in cui non ci sia combattimento).