Pagina delle citazioni

Da "Il Mondo come Volontà e Rappresentazione" (Libro IV)

Arthur Schopenhauer

[...] Non c'è persona che riusciamo a ingannare e lusingare con finezza di artifici, quanto noi medesimi 

“È davvero incredibile quanto sia futile e insignificante per lo spettatore esterno, quanto stupida e irriflessa per chi la vive dal di dentro, la vita della maggior parte degli uomini: un’aspirazione vaga, una serie di tormenti sordi, un barcollare da trasognati attraverso le quattro età della vita sino alla morte, in compagnia di una folla di pensieri triviali. Gli uomini sono come orologi che vengono caricati e camminano senza sapere il perché; ogni atto di concepimento e di generazione rappresenta l’orologio della vita umana che si ricarica di nuovo per riprendere ancora una volta, frase per frase, misura per misura, con variazioni insignificanti, il suo ritornello, ripetuto già un numero infinito di volte. Un individuo, una figura umana, una vita umana, sono solo un breve sogno dello spirito infinito che anima la natura, e dell’eterna volontà di vivere; una nuova immagine fugace che questa disegna, scherzando, sul suo foglio senza limiti, lo spazio e il tempo, e che subito dopo cancella per fare posto ad altre immagini successive.

 

“Ma il più delle volte vogliamo chiudere gli occhi alla verità, simile ad un’amara medicina, secondo la quale il dolore è essenziale alla vita, e quindi non ci assale dal di fuori, ma ciascuno di noi ne porta in sé l’inessicabile sorgente. Ad ogni pena che ci affligga, cerchiamo sempre una causa esterna; per così dire, un pretesto; come l’uomo libero, che si fabbrica un idolo per non restare senza un padrone. Con lena infaticabile voliamo di desiderio in desiderio e sebbene nessuna realizzazione, nonostante le sue promesse, riesca a soddisfarci, anzi, venga il più delle volte riconosciuta come un errore vergognoso, non vogliamo comprendere che stiamo riempiendo il secchio delle Danaidi e persistiamo nell’andare a caccia di nuovi desideri.”

 

[…]

La vita di ciascuno di noi, considerata nell’insieme, nella generalità e solo nei tratti più salienti, è sempre una vera e propria tragedia; ma, esaminata nei particolari, assume il carattere di una commedia. Le occupazioni e le cure del giorno, i fastidi del momento, i desideri e i timori della settimana, gli incidenti di ogni ora, dovuti alla sorte sempre in agguato per burlarsi di noi, costituiscono innegabilmente altrettante scene comiche. Ma i desideri non esauditi, gli sforzi frustrati, le speranze calpestate dalla crudeltà del destino, gli errori fatali di tutta una vita, le pene sempre crescenti, e in ultimo la morte, ci danno la trama di una tragedia. Si direbbe che il destino abbia voluto inacerbire con lo scherno le torture della nostra esistenza: infatti, mentre tessè la vita con i dolori della tragedia, ci volle fin anche negare la dignità del personaggio tragico, condannandoci, nei particolari della vita ordinaria, alla parte di buffoni cenciosi.

 

[…]

Sin dal primo risveglio della coscienza, l’uomo si riconosce dotato di volizione, e in genere la sua intelligenza rimane in relazione costante con la sua volontà. Comincia allora con il cercare di conoscere bene gli oggetti del suo volere, poi i mezzi per poterli raggiungere. Così sa quel che deve fare e, d’ordinario, non gli importa di sapere altro. Agisce: la coscienza di lavorare in armonia con il fine del suo volere sostiene le sue forze e la sua attività. Il suo pensiero non si occupa che della scelta dei mezzi. Tale è la vita dei più: vogliono, sanno ciò che vogliono, vi aspirano con quel tanto di successo che è sufficiente per non farli cadere nella disperazione, e con quel tanto di insuccesso che basta a proteggerli dalla noia e dalle sue conseguenze. Di qui una certa serenità, una certa pace interiore, in cui né ricchezza né povertà hanno molto a che vedere: né il ricco né il povero godono infatti quel che possiedono (ciò che si possiede ha soltanto un valore negativo), bensì per quel che sperano di ottenere come frutto dei loro sforzi. E lavorano, lavorano sempre, con gravità e con aria d’importanza, come fanciulli assorti nel gioco. È sempre un’eccezione, se una vita di questo genere viene deviata (per poco) dal suo corso: se una conoscenza libera dal servizio della volontà, e volta a intuire l’essenza del mondo, la solleva alla contemplazione nell’ordine estetico, o alla rinunzia nell’ordine morale. I più fuggono attraverso la vita, incalzati senza posa dal bisogno, senza un minuto in cui possano riflettere sopra di sé. Molte volte, anzi, la volontà di vivere si esalta al punto da provocare un’affermazione straordinariamente intensa del corpo, donde il sorgere di appetiti violenti e passioni prepotenti; l’individuo, allora, non solo afferma la propria esistenza, ma nega quella degli altri e cerca di sopprimerla se è d'impedimento alla sua.

[…]

 

Come in mezzo ad un mare furioso, che da ogni parte dell’orizzonte sconfinato solleva e inghiotte con urlo spaventoso immense montagne d’acqua, il marinaio siede tranquillamente, confidando nella sua fragile imbarcazione, così l’uomo isolato, in mezzo a un mondo pieno di tormenti, se ne sta calmo, abbandonandosi fiducioso al principium individuationis, all’aspetto fenomenico delle cose. Il mondo sconfinato, traboccante di sofferenze, con il suo passato infinito e il suo infinito avvenire, è per lui un nonnulla, una favola: il suo presente fugace, il benessere momentaneo della sua persona evanescente, sono per lui l’unica realtà; non c’è sforzo che non faccia per conservarsi questa realtà, finchè una conoscenza più esatta della cose non gli apre gli occhi.

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La saggezza mette l’individuo al sicuro contro le sorprese della sorte; la buona fortuna gli procura delle gioie, ma l’individuo non è che un semplice fenomeno, e ciò che lo fa parere distinto dagli altri, immune dai dolori che spezzano questi altri, è unicamente la forma del fenomeno, il principium individuationis. […]. Per chi riesce a sollevare con la conoscenza il velo del principium individuationis, una vita felice nel tempo, sia essa dono del caso o il compenso della saggezza, ma trascorsa in mezzo a un’infinità di esistenze dolorose, non è che il sogno di un mendicante, il quale crede nel sogno di essere un re: verrà il momento del risveglio e allora si accorgerà come fosse illusione fugace quella per cui si credeva immune dalle miserie della sua esistenza.

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Per chi è dunque arrivato a questo tipo di conoscenza, sarà evidente che, essendo la volontà l’in sé di ogni fenomeno, la sofferenza inflitta e quella patita, il male e il dolore, colpiscono sempre un identico e unico essere, anche se i fenomeni in cui l’uno e l’altro si manifestano, appaiono sotto forma di individui distinti, e persino separati da intervalli immensi di tempo e di spazio.

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Nei Veda l’esposizione diretta è frutto della più alta dottrina e della più profonda saggezza umana, il cui nocciolo, le Upanişad, giunto finalmente a noi come il dono più prezioso di questo nostro secolo, viene espresso in forme diverse, delle quali la più notevole è questa: sotto gli occhi del discepolo si fa sfilare tutta la serie degli esseri, animati e inanimati, e davanti a ciascuno si pronuncia una parola che ha il valore di una formula e che, come tale, è detta Mahǡvǡkya: Tatoumes, o, più correttamente, Tat twam asi, che vuol dire: “questo sei tu”.

 

[…]

Si supponga ora un uomo animato da una volontà straordinariamente violenta, che voglia, con bramosia cocente, abbracciare tutto quanto esiste, per calmare la sete del proprio egoismo; senza dubbio, egli dovrà ben presto e necessariamente sperimentare che ogni soddisfazione è per sua natura illusoria, che l’oggetto posseduto non mantiene mai le promesse dell’oggetto desiderato, non ci dà cioè l’acquietamento finale degli impulsi furiosi del nostro volere. Costui dovrà d’altra parte rendersi conto che il desiderio soddisfatto non fa altro che rivestire una forma nuova, per ricominciare a tormentarci e che, infine, se tutte le forme del desiderio venissero esaurite, non per questo l’impulso del volere si estinguerebbe, ma persisterebbe anche in assenza di ogni motivo conosciuto e si rivelerebbe come sentimento spaventevole del vuoto e del nulla, come tortura atroce. Tutto ciò, in una persona dotata di un grado comune di volontà, è sentito solo debolmente e non produce altro che un banale malumore; in quella persona, invece, la cui volontà è intensa quanto si richiede alla perversità, provoca un tormento interiore inaudito, un’eterna inquietudine, un dolore insanabile.

[…]

Un uomo, cui riesca di sollevare il velo della mǡyǡ, il principiam individuationis, fino a sopprimere qualsiasi distinzione egoistica fra la persona propria e altrui; un uomo che partecipi alle sofferenze degli altri come alle proprie, che, dunque, non soltanto si mostri soccorrevole fino all’estremo grado, ma sia pronto a sacrificare il proprio individuo, se ciò è necessario, per salvare molti individui estranei, un tal uomo, riconoscendo in tutte le creature se stesso, il più intimo, il più vero se stesso, riterrà come sue anche le infinite sofferenze di tutti gli esseri viventi, e farà suo tutto il dolore dell’universo. Nessuna sofferenza gli sarà estranea. I tormenti di cui vede afflitti i suoi simili, e che può così raramente addolcire; quelli di cui non ha che notizia indiretta, e quelli stessi che può soltanto concepire come possibili, tutti lo commuovono come se fossero suoi. Non fissa più lo sguardo sull’alterna vicenda dei beni e dei mali della propria persona, come fa l’uomo ancora schiavo dell’egoismo; ma invece, avendo superato il principium individuationis, ogni cosa lo tocca egualmente da vicino, abbraccia tutto l’insieme delle cose, ne afferra l’essenza, e riconosce che essa consiste in un perpetuo annientamento, in uno sforzo sterile, in un’intima contraddizione, in una sofferenza senza tregua; dovunque volga lo sguardo, vede un’umanità dolorante, un’animalità sofferente, un modo evanescente.

[…] la conoscenza della natura intima delle cose in sé diviene un quietivo per qualsiasi volontà. La volontà allora si distacca dalla vita, e sente orrore di tutti i piaceri in cui si traduce la sua affermazione. L’uomo perviene ad uno stato di volontaria rinunzia, di rassegnazione, di perfetta quiete, e di soppressione completa del volere.

...egli viveva contemporaneamente  in un'infinità di mondi. Grazie ai pazzi divenne uno degli spiriti più completi del suo tempo. Dai pazzi imparava più di quanto non desse loro. Essi l'arricchivano con le loro esperienze eccezionali; lui, invece, guarendoli, non faceva che semplificarli. Quanto spirito, quanta perspicacia trovava in alcuni di essi! Soltanto loro possedevano una reale personalità, perfettamente unilaterale, un carattere vero, la cui coerenza e forza di volontà sarebbero state invidiate persino da Napoleone.

Elias Canetti (Auto da fè)

 

Dare significato alla via può sortire follia, ma la vita senza significato è la tortura dell'irrequietezza e del desiderio vago, è una nave che anela al mare eppur lo teme

Edgar Lee Masters (Antologia di Spoon River)

Ciò che riluttiamo a toccare, sembra spesso essere l'essenza stessa di cui è intessuta la nostra salvezza.

 

Don De Lillo (Rumore bianco)

Ero come arrivato al momento, all'età forse, in cui sai bene cosa perdi ad ogni ora che passa. Ma non hai ancora acquistato la forza della saggezza che ci vorrebbe per fermarsi di botto sulla strada del tempo e poi comunque a fermarsi non si saprebbe nemmeno cosa fare senza questa follia d'andare avanti che ti prende e che fai tua sin dalla giovinezza. Già sei meno contento di lei, della tua giovinezza, ancora non osi confessare pubblicamente che forse non è che quello la tua giovinezza, lo zelo di invecchiare. Scopri in tutto il tuo passato ridicolo tante di quelle ridicolaggini, inganni, credulità, che vorresti forse smettere di colpo d'esser giovane, aspettare che la giovinezza si distacchi, aspettare che ti sorpassi, vederla andarsene via, allontanarsi, guardare tutta la sua vanità, toccar con mano il suo vuoto, vederla ripassare ancora davanti a te, e poi tu andartene, essere sicuro che se ne è proprio andata la tua giovinezza e in gran tranquillità, per conto suo, tutto suo, ripassare piano piano dall'altra parte del Tempo per guardare davvero com'è che sono la gente e le cose.

 

Louis-Ferdinand Celine (Viaggio al termine della notte)

 

 

Sull'ira

Se essa sia consona alla natura, emergerà chiaramente da un'attenta osservazione dell'uomo. C'è un essere più mite quando la sua mente è nel giusto assetto? E che cosa c'è di più crudele dell'ira? Esiste un essere che sappia amare gli altri più dell'uomo? E che cosa c'è più indisponente dell'ira? L'uomo è nato per il reciproco aiuto, l'ira, per distruggere; l'uomo vuole associarsi, l'ira vuole la separazione; l'uomo vuole giovare, l'ira vuol nuocere; l'uomo vuole aiutare anche gli sconosciuti, l'ira assalire anche gli esseri più cari; l'uomo è pronto anche a sacrificarsi a vantaggio degli altri, l'ira, ad affrontare il pericolo, pur di trascinare gli altri con sè

 

Seneca (De ira)